
Scrive Paolo Diacono (nato non oltre il 720-725, morto forse nel 799) nel libro IV della Storia dei Longobardi:1
Nel medesimo torno di tempo, la regina Teodolinda dedicò la basilica del beato Giovanni Battista, che aveva fatto costruire a Monza, località che si trova dodici miglia sopra Milano, e la abbellì con molti ornamenti d'oro e d'argento, e la dotò in buona misura di proprietà terriere. Anche Teodorico, che fu un tempo re dei Goti, aveva costruito un palazzo in questo luogo, per il fatto che l'ambiente ha clima fresco e sano d'estate, essendo vicino alle Alpi.
La fondazione monzese costituisce un buon punto di partenza per indagare sul processo di cristianizzazione dei Longobardi e sul ruolo di Teodolinda in quest'ultimo, che la tradizione, erudita o popolare, ha a lungo sintetizzato nell'immagine della regina che condusse il proprio popolo al cattolicesimo.2
La storiografia recente ha sottoposto tale immagine a una revisione profonda, della quale le pagine che seguono intendono dare conto. La principessa bavara, moglie di due sovrani, fu protagonista di una prima apertura della monarchia verso il cattolicesimo, culminata nel battesimo dell'erede Adaloaldo. Quell'apertura si interruppe con lui. Divenuto re, egli proseguì l'indirizzo dei genitori: trattò con Roma e con Ravenna e mirò a rafforzare il potere regio. I duchi, legati alle tradizioni della stirpe e ostili a una monarchia che cercava altrove la propria legittimità, nel 625 lo deposero e gli sostituirono l'ariano Arioaldo, duca di Torino e marito di sua sorella Gundiperga. Paolo Diacono riferisce soltanto che il giovane re «ebbe la mente sconvolta e impazzì». Il passaggio al cattolicesimo giunse a compimento soltanto una settantina d'anni dopo la morte della regina.3 A quell'apertura, inoltre, Teodolinda prese parte da una posizione confessionale, quella del cattolicesimo tricapitolino, che la collocava in aperto dissidio con la sede romana.
Elemento unificante della religiosità longobarda fu il culto dell'arcangelo Michele, di matrice militare, che i duchi di Benevento e poi i re di Pavia impiegarono come strumento di coesione del popolo del regno. In esso una consolidata tradizione storiografica riconosce, con le cautele che si diranno, la trasposizione cristiana degli attributi della divinità guerriera dei Longobardi.
L'immagine di Teodolinda che il Duomo di Monza propone attualmente al visitatore è il prodotto di una elaborazione tardomedievale. La basilica gotica fu ricostruita a partire dal 1300 e consacrata nel 1346 dal vescovo di Bobbio Alberto Calvi e la cappella intitolata alla regina ricevette nel Quattrocento la decorazione degli Zavattari.4
La stessa "Messa di San Michele", l'affresco staccato dall'omonima chiesa monzese, nel quale una figura coronata viene identificata per tradizione con la regina, è datata al 1320 circa. Il soggetto è stato interpretato in modi diversi. Per alcuni la scena raffigura l'ultima messa della Vergine prima della morte; per altri, quella celebrata per consacrare la grotta di San Michele sul Gargano. A favore della seconda lettura stanno la provenienza dell'affresco da una chiesa intitolata all'arcangelo e la composizione della scena. Fra i santi che assistono alla celebrazione vi si riconoscono lo stesso Michele, raffigurato con uno scettro gigliato anziché con la spada, e la corte longobarda, con la regina incoronata, Agilulfo e i figli Gundeperga e Adaloaldo. Se questa lettura è corretta, l'affresco attesta che nella Monza del primo Trecento la memoria di Teodolinda era già legata al santuario del Gargano. È il legame fra i due luoghi che queste pagine ripercorrono.5

Paolo Diacono, che rimane la fonte principale su Teodolinda, non ne indica né la data né il luogo della morte e si sofferma piuttosto sulle vicende matrimoniali e sulla fondazione della basilica di San Giovanni Battista. La data oggi accettata, il 22 gennaio 627, è tramandata da un obituario monzese dell'inizio del XIII secolo; un'iscrizione, che si trovava anch'essa nella chiesa di San Michele poi demolita, spostava invece la morte al 628.6 Quanto alla sepoltura, è assai probabile che la regina riposasse a Monza ma, nella basilica, una tomba che porti il suo nome è documentata soltanto dal Duecento.7
La memoria monzese della regina appare, in larga misura, una costruzione di età viscontea. Il primo atto risale al 1300. Elisabetta e la stessa Teodolinda sarebbero apparse in visione a un sacerdote monzese e gli avrebbero rivelato dove, nella basilica, erano nascoste alcune preziose reliquie, che furono puntualmente rinvenute in un'arca di marmo dietro l'altare maggiore. Il 19 maggio vennero esposte in pubblico, alla presenza di Galeazzo Visconti, inviato per l'occasione da Matteo, signore di Milano. L'episodio è stato letto come parte della regia della propaganda viscontea, in competizione con i Torriani che nei decenni precedenti avevano controllato il capitolo della basilica. Raggiunse lo scopo: la folla accorsa e i miracoli attribuiti alle reliquie ritrovate offrirono la ragione per ricostruire la chiesa dalle fondamenta, in un'impresa che i Visconti controllarono e in gran parte finanziarono.8
La decisione fu presa in quello stesso maggio dall'arciprete di Monza, Avvocato degli Avvocati, di orientamento filovisconteo. Lo storico dell'arte Roberto Cassanelli vi legge una risposta locale al primo Giubileo, indetto nel febbraio del 1300, e insieme il recupero di una tradizione longobarda alla quale i signori di Milano intendevano ricollegarsi.9
Pochi anni dopo toccò alla sepoltura. La traslazione è registrata per l'anno 1308 dal calendario-obituario della chiesa monzese: la regina, fino ad allora in terra sepulta, fu deposta in quodam navello lapidis una cum Aiulfo rege, cioè in una cassa di pietra insieme al re Agilulfo. Entro il 1310 il sarcofago fu collocato in una cappella appositamente predisposta, nella quale vennero riunite, in un'arca munita di epitaffio, quelle che allora si ritenevano le tombe della regina, di Agilulfo e di Adaloaldo.10
La devozione di cui il sepolcro fu oggetto è documentata dalle diciassette monete recuperate dal sarcofago, coniate fra il XII e l'inizio del XIV secolo in sei zecche dell'Italia padana.11
La fama della sepoltura ha continuato a produrre scoperte anche nel Novecento, e nessuna ha retto alla verifica. Alla fine degli anni Venti fu annunciato il ritrovamento, in un luogo mai precisato, della tomba di Teodolinda e di Agilulfo. Gli oggetti che ne sarebbero provenuti, appartenenti alla galleria Durlacher, furono esposti a Londra nel 1930, e fra essi figurava una punta di fodero di spada con il presunto ritratto della regina: si trattava di una falsificazione. Nell'agosto del 1990 si diffuse poi a Monza la notizia che una tomba altomedievale della navata settentrionale fosse il sepolcro di Teodolinda. L'identificazione poggiava su un confronto di motivi decorativi che Cassanelli giudica improbabile, e la tomba era stata in realtà rinvenuta per caso l'anno prima, durante la posa di un impianto di termoventilazione: una notizia, conclude, «di puro consumo giornalistico». Sono gli ultimi episodi di una costruzione della memoria che, come si è visto, era cominciata nel 1300.12
All'inizio del VII secolo il regno longobardo non disponeva ancora di una capitale istituzionale. Giovanni Tabacco constatava «la preferenza data da re Agilulfo a Milano e da Teodolinda a Monza, come residenze regie, rispetto a Pavia e a Verona». Lo storico interpretava il passaggio fra i due secoli come uno spostamento del centro di gravità del regno «verso una zona meno legata a ricordi dei goti e alle esperienze di Alboino, di Clefi e di Autari, una zona più ricca di solenni memorie romane e cattoliche».13
A Monza, dove sorgeva già un palazzo di Teodorico, la regina si fece costruire una dimora nuova; al palazzo era annessa la chiesa di San Giovanni, i cui lavori risultavano compiuti, o quanto meno molto avanzati, nel 603.14 Paolo Diacono riferisce la nascita dell'erede, avvenuta nel 602, e il battesimo celebrato nella Pasqua dell'anno successivo:15
Nacque, allora, nel palazzo di Monza, un figlio al re Agilulfo, partorito dalla regina Teodolinda, e gli fu messo nome Adaloaldo.
Ci fu anche il battesimo del piccolo Adaloaldo, figlio del re, nella chiesa di San Giovanni a Monza, e lo trasse dal fonte battesimale Secondo di Trento, il servo di Cristo del quale abbiamo fatto spesso menzione. Il giorno di Pasqua, quell'anno, fu il sette di aprile.
Sulla figura di Secondo di Trento, o di Non, decisiva per la comprensione dell'orientamento religioso della regina, si tornerà più avanti.
Nel palazzo, prosegue Paolo Diacono, la regina «fece dipingere alcune delle gesta dei Longobardi», pitture oggi perdute con l'intero edificio. Claudio Azzara legge in quelle pitture un lato di una strategia a due facce. Il palazzo, con le scene della saga alle pareti, custodiva la memoria e quindi l'identità del gruppo immigrato; negli stessi anni, però, la coppia regia compiva gesti di segno opposto, modellati sulla tradizione imperiale romana. Nel luglio del 604, riferisce Paolo Diacono, Adaloaldo «fu elevato al trono dei Longobardi nel Circo di Milano», alla presenza del padre e degli ambasciatori del re franco Teodeberto, con il quale furono stretti una pace perpetua e il fidanzamento del principe con la figlia del re.16
Il circo, osserva Azzara, era nella tradizione romana e in quella bizantina il luogo dell'incontro rituale fra il principe nella sua tribuna e il popolo acclamante sugli spalti: la cerimonia celebrata nell'antica capitale tardoantica aveva dunque un forte sapore di imitazione della ritualità del potere romano. Con Agilulfo (591-615) e Teodolinda si ebbe così il primo tentativo consapevole di fondare il potere regio su basi che trascendessero la tradizione della stirpe, attingendo al modello ellenistico-cristiano della sovranità imperiale.17
La fondazione monzese inaugurò una prassi di lunga durata. Dal VII secolo fondare una chiesa divenne «l'atto principale con cui la monarchia longobarda dimostra e propaganda la propria appartenenza e adesione al mondo cristiano». La pratica, comune a tutti i regni postromani, ebbe inizio in Italia proprio con San Giovanni a Monza, fondata da Teodolinda, e con il monastero di Bobbio, voluto da Agilulfo.18
A differenza delle chiese regie che seguirono, destinate di norma alla sepoltura del fondatore, la basilica di Monza non nacque come mausoleo dinastico. Secondo Cassanelli fu concepita come ex voto per la maternità della regina, che assicurava la continuità della stirpe. Divenne luogo di sepoltura regia soltanto in seguito, sempre che vi siano stati davvero inumati anche Agilulfo, morto fra il 615 e il 616, e Adaloaldo, scomparso nel 626.19 Che la chiesa fosse ricordata anzitutto come fondazione, e non come tomba, lo mostra un documento molto più tardo: ancora nel 1120 un privilegio di Callisto II la definisce locus a nobilis memoriae Teodelinda regina constructus, il luogo edificato dalla regina Teodolinda di nobile memoria, senza alcun cenno alle sepolture.20
Alessandro Magnani e Yolanda Godoy osservano che troppo spesso si trascura come Teodolinda «era sì cattolica, ma scismatica, tranne, forse, verso la fine della sua vita» e che, per questa ragione, la sua collaborazione con Gregorio Magno si svolse sostanzialmente sul piano politico. Gli stessi autori rilevano che il carteggio fra la regina e il pontefice, tanto spesso invocato, si compone di tre sole lettere, tutte del papa, e che la regina, in definitiva, «poté solo avviare la conversione dei Longobardi».21
La natura dello scisma richiede qualche parola d'introduzione. La condanna degli scritti di Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Cirro e Iba di Edessa, i cosiddetti Tre Capitoli, fu voluta da Giustiniano nel 545 e sancita dal concilio di Costantinopoli del 553. Nei testi dei tre vescovi si riconoscevano elementi vicini all'eresia di Nestorio, che distingueva in Cristo due nature e due persone; condannandoli, l'imperatore intendeva riavvicinare i monofisiti, per i quali la natura del Salvatore era una sola, quella divina. In Occidente il provvedimento fu letto in tutt'altro modo. Teodoreto e Iba erano stati riaccolti nella Chiesa dal concilio di Calcedonia del 451, sicché colpirli parve un attacco all'autorità di quell'assemblea. Chi rifiutò la condanna, e ruppe per questo la comunione con Roma quando il papato si allineò all'impero, lo fece dunque in nome dell'ortodossia calcedonese. Ne nacque, nell'Italia settentrionale, uno scisma con centro ad Aquileia, «che si protrarrà sino al sinodo di Pavia del 698».22 Gregorio, papa dal 590, perseguì la via della mediazione fra le chiese scismatiche e l'imperatore: impresa resa assai ardua dall'invasione longobarda, che aveva separato militarmente quelle chiese dai territori sotto controllo romano-bizantino.23
La corte di Teodolinda si collocava sul versante scismatico. Consigliere spirituale della regina, e «autentica eminenza grigia della politica religiosa decisa alla corte di Milano», fu proprio l'abate Secondo di Non, esponente di primo piano del partito tricapitolino e autore di una Historiola perduta, che Paolo Diacono avrebbe poi utilizzato. È in ragione di tale appartenenza che Cassanelli ritiene probabilmente scismatico anche il rito con cui Secondo battezzò Adaloaldo.24
Quanto la regina fosse lontana da Roma lo mostra una vicenda del 593. In quell'anno Gregorio nominò arcivescovo di Milano un uomo di sua fiducia, Costanzo. Tre vescovi suffraganei, riuniti a Brescia con il consenso di Agilulfo, rifiutarono di riconoscerlo finché non si fosse dissociato dalla condanna dei Tre Capitoli, e Teodolinda si schierò con loro. Il papa reagì affidando a Costanzo, in settembre, una lettera per la regina. La rimproverava di dare retta «a uomini sciocchi e inesperti, che non solo non sanno quello che dicono, ma a malapena riescono a intendere ciò che ascoltano», e difendeva il concilio di Costantinopoli e la memoria di Giustiniano. L'arcivescovo la lesse e non se la sentì di recapitarla: richiamare proprio l'assise che aveva condannato i tre vescovi avrebbe chiuso il dialogo prima di aprirlo. Gregorio gli diede ragione e preparò un nuovo testo, pronto non prima del luglio 594, dal quale tolse ogni riferimento a Costantinopoli e all'imperatore, lasciando però intatte le parole contro i consiglieri della sovrana. Non servì. Teodolinda rimase ferma sulle posizioni dei tricapitolini, e Costanzo dovette restare a Genova, dove la sede milanese dell'arcivescovato era stata trasferita, in territorio rimasto romano al tempo dell'invasione longobarda.25
Anche la conversione del consorte Agilulfo richiede un'interpretazione più cauta di quella tradizionale. Paolo Diacono la menziona in una sola riga, riferendo che il re, mosso dalle preghiere della moglie, abbracciò la fede cattolica. Poco oltre, però, riporta la lettera con cui Gregorio ringrazia la regina per la pace stretta da Agilulfo con il papa e con i Romani, la tregua conclusa alla fine del 598 con l'esarca Callinico. Nel medesimo scritto il pontefice la esorta ad adoperarsi presso il marito affinché «non dinieghi di partecipare alla comunità cristiana»: una formula che lascia intendere che il re rimanesse almeno in parte estraneo a questa comunità.26
Magnani e Godoy ritengono probabile che Agilulfo sia rimasto ariano fino alla morte. Stefano Gasparri è più prudente, e la sua cautela va oltre il singolo caso. Le prove dell'arianesimo dei Longobardi, osserva, sono scarsissime: «Re ariani sono solo, con sicurezza, Autari, Arioaldo e Rotari», mentre il marito di Teodolinda potrebbe essere stato cattolico. Ne esce ridimensionata l'idea stessa che la storia del regno sia stata un duello fra le due confessioni.27 Sulla fede del re, la conclusione più corretta è dunque che essa resti incerta.
È invece accertato che i Longobardi, rimasti lontani dal mondo romano fino alla conquista dell'Italia, vi giunsero quando gli altri popoli barbarici avevano già acquisito da tempo nuove identità culturali e religiose di matrice cristiana.28
Scrive Paolo Diacono nel libro IV:29
Durante questi tempi, il beato Colombano, originario della stirpe degli Scoti, dopo aver costruito un monastero in Gallia nel luogo chiamato Luxeuil, venne in Italia, e fu accolto con gioia dal re dei Longobardi; ed edificò nelle Alpi Cozie il monastero che è chiamato Bobbio, distante quaranta miglia dalla città di Pavia. A quel luogo furono donati molti possedimenti da ciascun principe longobardo, e lì si creò una grande congregazione di monaci.
Paolo non fa il nome di Agilulfo né fornisce una data. Marcel Pacaut ricostruisce l'itinerario: Colombano attraversò le Alpi al Septimer, sostò a Milano e, sotto la protezione del re longobardo «che era ariano, ma tollerante», fondò Bobbio nel 614. Nella nuova abbazia Colombano morì l'anno seguente, il 23 novembre 615.30 La scelta del sito rispondeva a ragioni precise: una zona spopolata della Val Trebbia, alla frontiera con la Liguria ancora romana, su un territorio di donazione regia che comprendeva già una chiesa dedicata a san Pietro.
Nel quadro religioso a tre voci di quegli anni, cattolicesimo, arianesimo e fede tricapitolina, le iniziative di Colombano furono rivolte, «con il favore di Agilulfo e Teodolinda», tanto alla lotta contro la persistenza dei culti pagani quanto alla mediazione fra i Longobardi e il papato.31
Sul rapporto fra Teodolinda e il monaco irlandese le fonti tacciono. Magnani e Godoy affermano che la regina prese parte al processo di fondazione, ma «le fonti ci negano qualsiasi dettaglio». L'unico appiglio è costituito da un diploma di Adaloaldo, di autenticità discussa, che ricorda il monte Penice «ove la nostra signora madre Teodolinda, gloriosissima regina, ascese a ispezionarlo per amore del padre nostro Colombano».32
Il peso del cenobio nella conversione dei Longobardi non va tuttavia sopravvalutato. Quando l'abate giunse in Val Trebbia, osserva Stefano Cingolani, i Longobardi avevano già cominciato ad adottare il latino e ad accostarsi al cristianesimo per altre vie. Non furono dunque i monaci irlandesi a convertirli. La direzione era già presa, e la fondazione ebbe in quel processo «un ruolo di secondo piano».33
Il contributo più duraturo di Bobbio fu di ordine culturale. Fu l'abate Attala, successore di Colombano, a incaricare Giona di redigere la Vita del fondatore. Dei centocinquanta manoscritti latini anteriori al VII secolo pervenuti fino a noi, venticinque provengono dal solo monastero di Bobbio, fra i quali un raro codice del De re publica di Cicerone.34 Già nel secolo VIII, secondo Pacaut, Bobbio «è famosa per l'intensa e pregevole attività del suo scriptorium».35
Dell'abbazia di quella stagione non resta l'edificio: il monastero fu ricostruito per intero nel IX secolo, al tempo di un abate che portava il nome di Agilulfo.36 Ne sopravvive però un marmo datato. Nel museo dell'abbazia si conserva la lapide sepolcrale del vescovo Cumiano, un tempo murata nella cripta. L'iscrizione, firmata dal maestro Giovanni, chiede al defunto di intercedere pro gloriosissimo Liutprando rege, il re che ne aveva ornato la tomba con quella pietra di pregio.37

Nella cripta della basilica, infine, due arche addossate alle pareti portano i nomi di Attala, che succedette a Colombano nel 615, e di Bertulfo, abate dopo di lui.

Le chiudono lastre di marmo scolpito: l'una a rosette e girandole, l'altra con due grandi dischi a intreccio.38
Sul ceto dominante del regno e sui suoi segni di rango, i corredi funerari dicono spesso più delle fonti narrative.
Al Museo Archeologico di Milano è esposto il corredo di un guerriero sepolto nella prima metà del VII secolo a Boffalora d'Adda, in provincia di Lodi. È stato definito «un nobile di campagna»: un esponente della nobiltà militare e terriera del regno, insediata nelle terre dell'Adda. Del suo scudo resta l'umbone, cioè la calotta di ferro fissata al centro del disco di legno per parare i colpi e proteggere la mano, che misura diciotto centimetri di diametro. Lo ornano placche di rame dorato decorate a punzone: una croce sulla calotta e una serie di cavallucci marini lungo il bordo. Allo stesso scudo appartenevano le borchie dorate, segnate ciascuna da una croce potenziata e fissate al disco, e una placca a forma di uccello ad ali spiegate, una fenice o un'aquila.39

Corredi di questa ricchezza sono la traccia di una nuova élite di cultura guerriera. La qualità degli oggetti deposti nella tomba misura il rango del defunto, e il rito funebre serviva a mostrare in pubblico il ruolo e il prestigio della sua famiglia. L'uso stesso di deporre le armi accanto al defunto era un retaggio di credenze pagane, e scomparve alla fine del secolo, con l'avanzare della romanizzazione e della cristianizzazione.40
Al termine della scalinata del santuario di Monte Sant'Angelo sul Gargano, prima dell'ingresso, è collocata un'iscrizione che proclama la grotta il luogo in cui l'arcangelo si degnò di apparire ai mortali e invita l'ospite a prostrarsi:41
HAEC EST TOTO ORBE TERRARUM DIVI MICHAELIS ARCHANGELI CELEBERRIMA CRYPTA, UBI MORTALIBUS APPARERE DIGNATUS EST. HOSPES, HUMI PROCUMBENS, SAXA VENERARI. LOCUS ENIM IN QUO STAS TERRA SANCTA EST
Questa è, in tutto il mondo, la celeberrima grotta del divino arcangelo Michele, dove egli si degnò di apparire ai mortali. Ospite, prostrato a terra, venera le pietre: il luogo in cui stai è terra santa
Chi oggi scende quei gradini, tuttavia, non vede il luogo frequentato dai Longobardi. La scalinata al cui termine si legge l'iscrizione fu realizzata soltanto nella seconda metà del Duecento. Soprattutto, è cambiato l'accesso: la caverna si apriva in origine sul versante settentrionale del monte, mentre dalla prima metà dell'XI secolo, con il riordino voluto dall'arcivescovo Leone, se ne usa soltanto la parte superiore, raggiungibile da mezzogiorno. Le strutture tardoantiche e longobarde furono allora interrate, e sono tornate alla luce durante gli scavi condotti fra gli anni Cinquanta e i Novanta del Novecento.42
L'indagine archeologica del 1990-1992 ha stabilito che la caverna «era costituita da due cavità», una angusta e poco profonda, l'altra che «s'addentrava in direzione orientale nelle viscere della montagna per 24 m»: si tratta dell'ecclesia Apodonia e della basylica grandis del Liber de apparitione, separate da un setto roccioso.43 Giorgio Otranto avverte inoltre che il Liber, nella redazione pervenuta, risale agli ambienti longobardi di Benevento della seconda metà dell'VIII secolo e che, attraverso la riscrittura, i Longobardi intesero «longobardizzare le origini del culto micaelico sul Gargano».44
L'evento che segnò l'appropriazione longobarda del santuario fu una battaglia. Scrive Paolo Diacono, a proposito di Grimoaldo duca di Benevento:45
Quando i Greci vennero per depredare il santuario di San Michele Arcangelo, sito sul monte Gargano, si mosse a fronteggiarli con l'esercito e li schiacciò, infliggendo loro una totale disfatta.
Il Liber racconta lo stesso scontro, combattuto attorno al 650, come un miracolo. Vi si legge che i Longobardi di Benevento e gli abitanti di Siponto, minacciati dai Bizantini, osservarono, su invito del vescovo, un digiuno di tre giorni. La notte prima della battaglia Michele apparve al presule e gli annunciò la vittoria, poi scese in campo di persona a fianco dei suoi protetti. Il racconto dà così all'arcangelo i tratti del santo guerriero, congeniali a un popolo che riconosceva in lui, secondo Otranto, «attributi e caratteristiche del pagano Wodan, considerato dai popoli germanici dio supremo, dio della guerra, psicopompo e protettore di eroi e belligeranti».46
A Wodan, o Wotan, la saga dei Longobardi attribuiva un ruolo preciso. Lo racconta l'Origo gentis Langobardorum, un breve testo latino della seconda metà del VII secolo, conservato nei codici dell'Editto di Rotari, che mise per iscritto la saga della stirpe fino ad allora tramandata a voce. In un'epoca imprecisata, narra l'Origo, la tribù dei Winnili abitava un'isola del Nord e fu sfidata dai Vandali, che pretendevano un tributo. Alla vigilia della battaglia le due parti invocarono Wotan, e il dio promise il successo a chi gli fosse apparso per primo al risveglio. Sua moglie Frea, favorevole ai Winnili, suggerì loro di schierare accanto ai guerrieri le donne con i capelli sciolti sul volto, a imitazione della barba. Al mattino Wotan li vide per primi, chiese chi fossero quelle «lunghe barbe» e, come promesso, concesse loro la vittoria. Da allora, conclude il testo, i Winnili si chiamano Longobardi. Paolo Diacono riferisce la storia ma, da monaco cristiano, la respinge: «Questo racconto è ridicolo e non deve assolutamente essere preso in considerazione. La vittoria, infatti, non dipende dal potere degli uomini, ma piuttosto è amministrata dal cielo». Subito dopo, però, spiega anch'egli il nome con la lunga barba che i Longobardi non si tagliavano mai.47
Azzara vi legge l'adozione del culto del dio della vittoria quale segno della vocazione guerriera della tribù, e ricorda che Wotan «è almeno in parte assimilabile allo scandinavo Odino, dio della guerra e condottiero della caccia selvaggia, cioè dell'esercito dei morti».48
Sulla continuità fra la divinità e l'arcangelo la storiografia si mostra concorde nell'ipotesi e prudente quanto alla dimostrazione. Azzara avverte che «gli accostamenti tra ambiti devozionali e culturali tanto diversi restino sempre difficili da sostenere e dimostrare». Registra tuttavia che san Michele riproduce tre caratteristiche proprie anche di Wotan, «quella di essere innanzitutto un guerriero, raffigurato in armi, di avere funzione di psicopompo e di dominare gli agenti atmosferici», e che per tale ragione egli sarebbe risultato accettabile alla mentalità tradizionale dei Longobardi nel momento della conversione.49
Magnani e Godoy aggiungono che la venerazione dell'arcangelo guerriero, «nata in Oriente» e diffusa in Italia dagli eserciti di Costantinopoli, possedeva un carattere militare che ne garantiva l'accoglienza presso l'aristocrazia e «permetteva di compensare la perdita delle antiche divinità guerriere pagane quali per esempio Wotan».50
Qualcosa di simile era già avvenuto a Monza con san Giovanni Battista. Tre codici della Storia dei Longobardi conservano, nel capitolo sulla fondazione della basilica, un brano che manca in tutti gli altri e che deriverebbe da una fonte di ambiente monzese. Vi si legge che la regina dedicò la chiesa al Battista perché fosse intercessore «in favore di tutti i Longobardi d'Italia». I maggiorenti, con il re e con Teodolinda, fecero allora voto di offrirgli ogni anno, il 24 giugno, una parte dei propri beni, per averne il soccorso «in guerra come in ogni luogo». Da allora, conclude il brano, i Longobardi invocarono san Giovanni in ogni impresa e vinsero tutti i loro nemici. In questo voto è stata riconosciuta la ripresa di un rito pagano, quello delle offerte con cui ci si assicurava la protezione di Wotan. Al patto con il dio della guerra subentrava quello con il santo, nel quale la famiglia reale e i maggiorenti facevano da intermediari.51 Va detto però che nessuna fonte longobarda afferma che un santo abbia preso il posto di Wotan, né a Monza né sul Gargano: è una deduzione degli studiosi, fondata sulla somiglianza delle funzioni.
Sul Gargano il culto dell'arcangelo ebbe un promotore preciso, il duca Grimoaldo. La vittoria sui Bizantini presso il santuario suscitò subito grande risonanza fra i Longobardi, e il duca, scrive Otranto, «molto astutamente si presentò come protetto da Michele e fece apparire quella vittoria come voluta dall'Arcangelo». Di qui nacque il legame fra la monarchia longobarda e il culto dell'arcangelo. Grimoaldo lo rese più stretto dopo essere salito al trono, nel 662, e favorì quella devozione in tutto il regno: a Pavia fece costruire la chiesa palatina di San Michele.52
Il culto di San Michele, praticato tanto dagli ariani quanto dai cattolici, gli servì inoltre, sempre secondo Otranto, come instrumentum regni per l'unità di tutti i Longobardi, negli anni in cui la conversione andava maturando. Dopo il 650 il luogo «cominciò ad essere considerato santuario nazionale dei Longobardi e l'Arcangelo loro patrono».53
Nella seconda metà del VII secolo Romualdo I (662-687) restaurò la navata antistante la bocca della caverna e costruì una scalinata verso l'altare. Nei primi decenni dell'VIII un secondo intervento comportò lo sbancamento di circa ottanta metri cubi di roccia, l'eliminazione del diaframma e la costruzione di «una scalinata monumentale che, partendo dall'antico ingresso australe e sviluppandosi con archi ascendenti lungo l'intero profilo dell'imboccatura, permetteva la visione completa della caverna».54

I duchi lasciarono memoria di sé sulla pietra. La testimonianza più antica è un'iscrizione dedicatoria incisa sulla cornice del primo dei pilastri che separano la scala di accesso da quella di uscita. Vi si legge che il duca Romualdo I, «in virtù di quanto concessogli da Dio e dal santo Arcangelo» e mosso dalla pietà, ordinò i lavori e ne fornì i mezzi. Una seconda parte del testo nomina quattro personaggi altrimenti ignoti, qualificati viri honesti, che dovettero contribuire alla spesa, e sotto la cornice ha lasciato la firma anche chi incise le lettere: Gaidemari fecit. Un'altra iscrizione, su uno dei pilastri centrali del vano d'accesso, appartiene alla generazione successiva. Nomina Romualdo II (706-731) e la moglie Gunperga, nipote del re Liutprando (712-744), e si chiude con i primi versetti del Salmo 71, come augurio per il duca e per il figlio, il futuro Gisulfo II. Attraverso Gunperga la famiglia ducale che aveva dato forma monumentale alla grotta risulta imparentata con quella che regnava a Pavia.55
Restano infine da considerare i frequentatori del santuario. Le circa duecento iscrizioni murali incise o graffite documentano la frequentazione dal VII all'inizio del IX secolo. Contrariamente al luogo comune che vorrebbe il pellegrinaggio altomedievale appannaggio dei chierici, i laici costituiscono l'87 per cento degli scriventi, gli ecclesiastici il 13, le donne il 7, e nessuna delle iscrizioni femminili risulta autografa.56

Fra i pellegrini c'erano anche degli anglosassoni. Cinque dei graffiti del santuario portano nomi inglesi leggibili. Quattro sono in rune, nell'alfabeto anglosassone detto futhorc: hereberehct, herræd, wigfus e leofwini. Sono le prime iscrizioni runiche trovate in Italia.57 Tre di queste stanno vicine, sulla parete all'ingresso del lungo portico, e potrebbero essere state incise nella stessa occasione da pellegrini che viaggiavano insieme, anche se l'ipotesi resta incerta. Il quinto nome è scritto invece in lettere latine, su una colonna all'interno del portico. È quello di un certo Eadrhid, ed è accompagnato da due qualifiche, v(ir) h(onestus) e saxso: la prima è un titolo onorifico in uso nell'Italia longobarda per i laici di condizione media o elevata, la seconda ne dichiara l'origine sassone. Le cinque iscrizioni non sono datate. Rientrano tutte nel lungo periodo in cui gli Anglosassoni frequentarono il santuario, dal VII secolo fino al suo abbandono58, in seguito al saccheggio dell'869. In quell'anno i Saraceni stanziati a Bari depredarono la chiesa di San Michele, e due anni dopo, un diploma di Ludovico II, che concedeva al vescovo di Benevento i mezzi per restaurarla, la diceva ormai deserta e in rovina.59
Il modello garganico conobbe una certa diffusione in Europa.
Il caso più noto è Mont-Saint-Michel, in Normandia. La sua leggenda di fondazione, la Revelatio ecclesiae sancti Michaelis, fu composta all'inizio del IX secolo ricalcando il Liber garganico. Racconta che Oberto, vescovo di Avranches, ricevette dall'arcangelo l'ordine di consacrargli un isolotto della sua diocesi, il Mont Tombe, perché la sua memoria fosse celebrata sul mare non meno che sul Gargano. Il vescovo vi costruì un oratorio che non si innalzava come un edificio, ma aveva la forma di una cripta capace di un centinaio di persone: voleva che somigliasse alla grotta pugliese. La chiesa fu consacrata, secondo la leggenda, il 16 ottobre 709. Oberto mandò poi in Puglia alcuni emissari a chiedere reliquie, ed essi tornarono con un frammento della roccia su cui l'arcangelo aveva posato il piede e con un lembo del suo mantello purpureo. Da allora l'isolotto si chiamò Mont-Saint-Michel.60
Dell'oratorio di Oberto resta forse la pianta. Sotto la chiesa dell'abbazia, che è dell'XI secolo, gli scavi del 1907 hanno riportato in luce un edificio del X, detto Notre-Dame-sous-Terre. È un vano di tredici metri per undici, diviso in due navate da un muro a due arcate, con due absidi e due altari. La pianta doppia, che non ha equivalenti nell'architettura carolingia, si spiegherebbe con ciò che il vescovo voleva imitare: la grotta pugliese era fatta di due cavità separate da un setto di roccia, prima che i lavori dei duchi lo eliminassero.61
André Vauchez osserva che il racconto normanno, pur ispirandosi al Liber, ne sposta l'accento. In Puglia l'arcangelo è il santo guerriero che concede la vittoria ai suoi devoti; in Normandia prevalgono le sue prerogative di psicopompo, cioè di guida delle anime, e di custode del paradiso. Quello venerato dai Longobardi è il primo, armato di lancia e di scudo.62
La Normandia non fu la sola a guardare al Gargano. La grotta naturale, il sito d'altura, il bosco e la sorgente miracolosa fissarono, secondo Otranto, «una vera e propria tipologia degli insediamenti micaelici», imitata in diversi paesi europei. Fra questi elementi la sorgente è il più antico. Prima dei Longobardi, infatti, l'arcangelo era venerato sul Gargano soprattutto come guaritore. Il Liber racconta che dalla roccia della grotta stillava un'acqua dolce e limpida e che i pellegrini la bevevano o se ne bagnavano per ottenere la guarigione. Su questo culto i duchi di Benevento innestarono quello del santo guerriero.63
L'idea che i santuari dell'arcangelo fossero legati fra loro si ritrova nella cronaca di San Michele della Chiusa, più noto come Sacra di San Michele. Vi si legge che in Occidente l'arcangelo scelse per sé tre luoghi. Il primo è il Gargano, toto iam orbi notissimum, ormai famoso in tutto il mondo; il secondo è il monte sull'Oceano, cioè Mont-Saint-Michel; il terzo, esattamente a metà strada fra i due, è il Pirchiriano, su cui sorge appunto il monastero.64 La Sacra fu però costruita soltanto nel 983: prolunga il modello garganico, ma non è una fondazione longobarda.65
«Con le reggenze di Arioaldo e Rotari, nella prima metà del VII secolo, Pavia divenne stabilmente la residenza regia e pertanto la capitale del regno longobardo».66 Da allora la città accolse anche le tombe dei re. Dalla metà del VII secolo i sovrani e i loro familiari vi furono sempre sepolti, e nessun'altra città del regno poté vantare una simile concentrazione di sepolcri regi. Si distribuirono fra cinque chiese. A San Giovanni Domnarum fu sepolta Gundiperga; San Salvatore accolse Ariperto I e i suoi discendenti; in Sant'Ambrogio era la tomba di Grimoaldo. A Santa Maria ad Perticas riposava Rodelinda, moglie di Pertarito, e nella vicina Sant'Adriano furono deposti Ansprando e Liutprando.67 La fondazione di San Giovanni Domnarum si deve a Gundiperga, figlia di Teodolinda e moglie di Rotari. Paolo Diacono, nel IV libro, presenta la regina come una donna che segue l'esempio della madre:68
La regina Gundiberga si comportò in modo simile a come aveva fatto sua madre a Monza, e fece erigere una basilica in onore del beato Giovanni Battista entro la città di Pavia, decorandola meravigliosamente con oro, argento e addobbi, e arricchendola di splendidi ornamenti. Il suo corpo fu lì sepolto ed ora vi riposa.
L'esempio di Monza fu ripreso a Pavia dalla figlia di Teodolinda e, poco dopo, dal nipote. Ariperto (653-661), figlio di Gundoaldo, fratello della regina, fece costruire fuori porta Marenca la chiesa di San Salvatore, dove furono poi sepolti i sovrani della sua stirpe.69 La città che accoglieva queste fondazioni non era però tutta cattolica. Al tempo di Rotari (636-652), marito di Gundiperga e re ariano, vi risiedevano ancora due vescovi, uno per confessione. Lo ricorda Paolo Diacono nel capitolo dedicato a questo sovrano che, come è noto, fece mettere per iscritto le leggi dei Longobardi:70
Al tempo di costui, in quasi tutte le città del regno c'erano due vescovi, uno cattolico e l'altro ariano. Nella città di Pavia si mostra ancor oggi il luogo dove aveva il battistero il vescovo ariano, che risiedeva nella basilica di Sant'Eusebio, mentre nel medesimo tempo un altro vescovo presiedeva alla Chiesa cattolica. Tuttavia questo vescovo ariano, che aveva nome Anastasio, si convertì alla fede cattolica, e poi resse la Chiesa di Cristo.

Una svolta decisiva si ebbe sotto Cuniperto (688-700). Fu questo sovrano a far rappresentare Michele sulle proprie insegne militari e, per primo, a far coniare nella zecca di Pavia un tremisse aureo recante sul verso «la figura dell'Arcangelo con gli attributi guerrieri della lancia e dello scudo».71
L'arcangelo compare accanto a Cuniperto anche nel racconto della guerra che gli assicurò il trono. Alla morte di suo padre Pertarito, il duca Alachi si ribellò e riuscì a occupare Pavia; lo scontro decisivo avvenne nella piana di Coronate, l'odierna Cornate d'Adda. Paolo Diacono racconta la giornata in due tempi. Dapprima Zenone, un chierico di Pavia custode di San Giovanni Domnarum, la basilica «eretta un tempo dalla regina Gundiberga», temette per la vita del re, ne indossò l'armatura e affrontò Alachi al suo posto. Fu ucciso, e l'usurpatore si accorse dello scambio soltanto quando gli tolse l'elmo. Poi, a schiere di nuovo allineate, fu Cuniperto in persona a sfidare il rivale a duello, e Alachi rifiutò con queste parole: «Non posso farlo, perché vedo tra le sue lance l'immagine dell'arcangelo Michele, su cui io gli prestai giuramento». La battaglia finì con la morte del ribelle. Il re fece seppellire Zenone con grandi onori davanti alla basilica di cui era stato custode.72
La vittoria su Alachi non fu soltanto un fatto dinastico. Il ribelle era ariano, e a lui si sarebbero uniti anche i tricapitolini; Cuniperto professava la fede di Roma. Con lui giunse a compimento ciò che Agilulfo e Teodolinda avevano soltanto avviato: una monarchia cattolica. Per tenere insieme il regno il sovrano si servì del culto di san Michele, venerato da entrambe le confessioni, e ne fece «una sorta di “santo nazionale”» nel quale tutti i Longobardi potessero riconoscersi. Doveva averlo conosciuto da vicino da bambino, quando Grimoaldo lo aveva confinato con la madre a Benevento, nel ducato da cui dipendeva il santuario del Gargano.73
Nel 698 Cuniperto convocò e presiedette nel palazzo di Pavia il sinodo che pose termine allo scisma dei Tre Capitoli, concluso presumibilmente nella chiesa palatina dedicata all'arcangelo.74 Il Carmen de synodo Ticinensi, redatto verso il 698, celebra i tre sovrani della medesima famiglia ai quali si devono la composizione dello scisma e l'abolizione dell'arianesimo, Ariperto (653-661), Pertarito (671-688) e Cuniperto. Da quel momento i Longobardi si rappresentarono come popolo cattolico.75 Gasparri introduce un elemento di realismo: l'abolizione dell'arianesimo attribuita ad Ariperto intorno al 653 passò pressoché inosservata ed è riportata soltanto da quel Carmen, «un componimento poetico giuntoci in un'unica copia», poiché in assenza di una dinastia stabile la fede del sovrano non impegnava il popolo.76
Della Pavia di Cuniperto sopravvive una testimonianza scultorea, e proviene da un monastero di cui Paolo Diacono racconta l'origine. Il re aveva sposato l'anglosassone Ermelinda. Fu proprio la regina, un giorno, a lodare davanti al marito la bellezza di una giovane che aveva visto nel bagno: Teodote, «di nobilissima stirpe romana», dalla figura elegante e dai capelli biondi lunghi fin quasi ai piedi. Cuniperto finse indifferenza, ma se ne invaghì. Andò subito a caccia in un bosco e ordinò alla moglie di seguirlo: era, con ogni evidenza, un modo per allontanarla dal palazzo. Nella notte, infatti, ripartì da solo, rientrò in città e si fece portare la giovane, alla quale si unì. Poi la mandò «nel monastero che si trova entro Pavia, il quale fu poi chiamato col suo nome». Paolo non spiega il motivo, e della regina non dice più nulla. La decisione è stata intesa come il modo scelto dal re per liberarsi della giovane dopo il tradimento. Da quel monastero, Santa Maria Teodote, detto poi della Pusterla, provengono due plutei conservati ai Musei Civici di Pavia, cioè due lastre di marmo scolpite che appartenevano alla recinzione del presbiterio. Sul primo alcuni pavoni si abbeverano a un kantharos, la coppa a due anse del mondo antico; sul secondo l'albero della vita si leva fra draghi alati. Sono datati entrambi alla prima metà dell'VIII secolo.77 È l'età in cui Liutprando, in un diploma del 718, si intitolò rex gentis filicissimae ac catholicae Deoque dilectae Langobardorum, re di una gente felicissima e cattolica e diletta a Dio: la conversione si era compiuta e trovava espressione nella stessa titolatura regia.78

Il luogo della sepoltura di Liutprando cambiò nel corso dei secoli. Alla morte, riferisce Paolo Diacono, il corpo del sovrano fu deposto in Sant'Adriano, «dove riposa anche il suo genitore» Ansprando. Quest'ultima delle cinque chiese sepolcrali era un oratorio fatto costruire forse dallo stesso Liutprando, o da suo padre, in prossimità di Santa Maria ad Perticas: due edifici distinti, dunque, l'uno accanto all'altro nello stesso sepolcreto fuori le mura. Il luogo doveva il nome alle pertiche, i pali sormontati da una colomba di legno che i Longobardi piantavano in memoria dei congiunti morti lontano. La regina Rodelinda vi aveva fondato Santa Maria alla fine del VII secolo, e nell'VIII quella chiesa era divenuta il mausoleo della regalità longobarda, con sepolture di re, regine, aristocratici e vescovi.79
Il corpo di Liutprando rimase accanto a quello del padre per oltre quattro secoli. Fra il 1169 e il 1180 il monastero di San Pietro in Ciel d'Oro, che aveva giurisdizione su Sant'Adriano, ne traslò le spoglie nella propria chiesa, insieme all'epitaffio di età longobarda del sepolcro paterno. I diplomi concessi al monastero ricordavano da tempo Liutprando come fondatore e benefattore. Portandone il corpo nella propria chiesa, i monaci entrarono in possesso della tomba del re al quale facevano risalire l'origine del cenobio. Le diedero poi il massimo risalto: il nuovo sepolcro fu innalzato su quattro colonne e ornato con l'effigie del sovrano in abito regale e con un epitaffio in versi. L'iniziativa cadde in anni nei quali il passato di capitale era tornato a essere, per Pavia, un motivo di prestigio: nel 1155 Federico Barbarossa si era fatto incoronare proprio in San Michele, la chiesa palatina dei re longobardi. Da allora il re riposa in San Pietro in Ciel d'Oro: la sistemazione attuale della tomba risale alla fine del XIX secolo, e una lapide indica nella basilica il punto in cui sono deposte le ossa.80

Dall'atrio di Santa Maria ad Perticas proviene un marmo oggi ai Musei Civici: l'iscrizione funebre del duca Audoaldo, datata al 763 circa.

Il testo lo ricorda come colui che tenne il ducato di Liguria sotto i re, armipotens claris natalibus ortus, potente in armi e di illustre nascita, e ne celebra le vittorie sui nemici vicini e lontani.81
Forse redatto da Paolo Diacono, il carme funebre della moglie di Desiderio si rivolge a chi giunge dall'Occidente:82
Ormai sicuro, intraprendi il cammino, chiunque tu sia che, pellegrino dalle terre d'Occidente, raggiungi la città del venerando Pietro e la rupe garganica del venerabile antro. Sicuro per il suo intervento non avrai da temere né le frecce dei predoni, né il freddo, né le nubi della notte oscura; per te infatti fece apprestare ampi ricoveri e cibo.
I versi attribuiscono ad Ansa un merito preciso: aver reso sicura la strada dei pellegrini che dall'Occidente scendevano a Roma e di lì al Gargano, facendo allestire lungo il percorso ricoveri e vitto. Dove sorgessero quegli alloggi non è oggi possibile stabilire. Conta però il fatto in sé: il santuario dell'arcangelo, cresciuto nel secolo precedente per iniziativa dei duchi di Benevento, era ormai oggetto delle cure della corte di Pavia.
La vicenda aperta a Monza dalla basilica di Teodolinda si chiude così con l'elogio di una regina ricordata per aver protetto la via del Gargano.
Desiderio fu l'ultimo re dei Longobardi: nell'estate del 774 Pavia fu presa da Carlo, re dei Franchi, e il sovrano fu condotto prigioniero in Francia insieme alla moglie.83
A quella data i Longobardi si rappresentavano da tempo come popolo cattolico, ma non lo erano diventati per le vie che la tradizione ha attribuito a Teodolinda. La regina fondò una basilica, fece battezzare l'erede e favorì Colombano; rimase tuttavia sul versante scismatico, e la fede del marito non si può dire certa. Il passaggio al cattolicesimo fu opera delle generazioni successive. Si compì a Pavia, con il sinodo del 698 e con la titolatura di Liutprando, e trovò nel culto dell'arcangelo Michele, promosso dai duchi di Benevento e poi dai re, il linguaggio capace di tenere insieme la nuova fede e la tradizione guerriera del popolo.
Dal battesimo di Adaloaldo, nella Pasqua del 603, al sinodo di Pavia del 698 trascorsero novantacinque anni. Tanto richiese la conversione dei Longobardi, che la tradizione ha poi attribuito per intero all'operato di una sola regina.
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di I. Pin, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, IV, 22, pp. 95-96. Le date di Paolo sono quelle proposte dal curatore, ivi, p. XVIII. ↩
A. Magnani, Y. Godoy, Teodolinda. La longobarda, Milano, Jaca Book, 1998, Introduzione, dove si lamenta l'«abitudine diffusa» di ridurre Teodolinda a «la regina che convertì i Longobardi al cattolicesimo», con la collaborazione di Gregorio Magno. L'immagine ha la sua radice in Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 5-6, pp. 88-89. ↩
C. Azzara, I Longobardi, Bologna, il Mulino, 2015, cap. V, che parla di «una prima apertura in campo religioso», indica nel battesimo dell'erede lo sbocco della politica di Agilulfo e pone nel 625 l'avvento dell'ariano Arioaldo, espressione dell'aristocrazia tradizionale. Per il regno di Adaloaldo e la congiura dei duchi, Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. V, i quali avvertono che la ricostruzione resta ipotetica; Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 43, p. 108. ↩
R. Cassanelli, «Locus a nobilis memoriae Teodelinda regina constructus». Le sepolture della regina Teodolinda nel Duomo di Monza, «Hortus Artium Medievalium», 25/2, 2019, pp. 535-545: p. 540 per la ricostruzione avviata nel 1300 e la consacrazione del 1346, p. 541 per gli affreschi degli Zavattari, che lo studioso data alla metà del XV secolo. ↩
Per la datazione, l'identificazione della figura coronata e le interpretazioni del soggetto si segue la didascalia del Museo e Tesoro del Duomo di Monza. Sulla chiesa di provenienza, demolita nel 1921, Cassanelli, Le sepolture, cit., p. 538. ↩
Cassanelli, Le sepolture, cit., pp. 535 e 538. ↩
P. Majocchi, Pavia città regia. Storia e memoria di una capitale altomedievale, Roma, Viella, 2008, cap. 1.2. ↩
Ivi, cap. 5.4. ↩
Cassanelli, Le sepolture, cit., pp. 538-539; Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., Epilogo. ↩
Cassanelli, Le sepolture, cit., pp. 538-539 e n. 20, che riporta l'annotazione del Kalendarium-Obituarium: «MCCCVIII translatio Theodellende regine in ecclesia Modoetiensi, in terra sepulta et posita in quodam navello lapidis una cum Aiulfo rege»; per la cappella, Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 5.4. ↩
Cassanelli, Le sepolture, cit., p. 538 per il tipo dell'arca e p. 545 per le monete. ↩
Ivi, p. 535 e n. 5. ↩
Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.1, che cita G. Tabacco. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. III. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 26 e 28, p. 97; per l'anno di nascita, Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. III. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 23, p. 96, per le pitture, e IV, 31, p. 99, per l'elevazione di Adaloaldo, che lo storico colloca nel luglio «dell'estate seguente» e che Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.1, data al 604; per la perdita del ciclo pittorico con il palazzo, Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. III; Azzara, I Longobardi, cit., cap. V. ↩
Azzara, I Longobardi, cit., cap. V. ↩
Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.2. ↩
Cassanelli, Le sepolture, cit., p. 538; per la destinazione sepolcrale delle fondazioni regie, Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.2. ↩
Cassanelli, Le sepolture, cit., p. 538; cfr. Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 3.4, che riporta il testo del privilegio dell'11 aprile 1120. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., Introduzione. ↩
Ivi, cap. II; Azzara, I Longobardi, cit., cap. V. ↩
T. Sardella, Il cristianesimo in Occidente dalla fine dell'Impero ai regni romano-barbarici, in Storia del cristianesimo I. L'età antica (secoli I-VII), a cura di E. Prinzivalli, Roma, Carocci, 2015, pp. 329-358: pp. 347-348. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. II; Cassanelli, Le sepolture, cit., p. 535. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. II, da cui è tratta la traduzione della lettera. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 5-6 e 8-9, pp. 88-90. Per la data della tregua e il nome dell'esarca: Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. II; Azzara, I Longobardi, cit., cap. VII. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. II; S. Gasparri, Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 77. ↩
Sardella, Il cristianesimo in Occidente, cit., p. 333. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 43, p. 109. ↩
M. Pacaut, Monaci e religiosi nel Medioevo, edizione italiana a cura di P. Bonacini, Bologna, il Mulino, 1989, cap. «San Colombano: il monachesimo irlandese in Europa». ↩
Ivi, paragrafo «Geografia delle fondazioni colombiane»; Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. IV. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. IV. ↩
S. M. Cingolani, Le Storie dei Longobardi. Dall'Origine a Paolo Diacono, Roma, Viella, 2015, cap. 6. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. IV. ↩
Pacaut, Monaci e religiosi, cit., paragrafo «Geografia delle fondazioni colombiane». ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. IV. ↩
Si segue il pannello del Museo dell'Abbazia di San Colombano a Bobbio, che riporta il testo e la traduzione dell'iscrizione e ne data l'esecuzione al regno di Liutprando (712-744). ↩
I nomi si leggono sulle targhe poste sopra le due arche, «S. ATTALA» e «S. BERTVLPHVS». Per la successione di Attala, Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. IV. ↩
Guida alla sezione altomedievale del Civico Museo Archeologico di Milano, testi di P. M. De Marchi e altri, Milano, Edizioni Et, 2011, p. 45: sezione 5, «Boffalora d'Adda (Lodi), la sepoltura di un nobile di campagna», e scheda 5.3, «Elementi di scudo», inv. St. 57175, St. 57183, St. 57185, St. 57186a-b, St. 57196a-b. ↩
Gasparri, Italia longobarda, cit., pp. 32-33; Azzara, I Longobardi, cit., cap. IV. ↩
L'iscrizione, non datata, è posta in esergo da M. d'Arienzo, Il pellegrinaggio al Gargano tra XI e XVI secolo, in Culte et pèlerinages à saint Michel en Occident. Les trois monts dédiés à l'archange, a cura di P. Bouet, G. Otranto, A. Vauchez, Rome, École française de Rome, 2003, pp. 219-244: p. 219. ↩
M. Trotta, A. Renzulli, La grotta garganica: rapporti con Mont-Saint-Michel e interventi longobardi, in Culte et pèlerinages, cit., pp. 427-448: pp. 427-428; per la scalinata, d'Arienzo, Il pellegrinaggio al Gargano, cit., p. 231. ↩
Trotta, Renzulli, La grotta garganica, cit., pp. 428-429. ↩
G. Otranto, Genesi, caratteri e diffusione del culto micaelico del Gargano, in Culte et pèlerinages, cit., pp. 43-64: pp. 43-45 e 58-59. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 48, p. 111. ↩
Otranto, Genesi, cit., pp. 56-57. ↩
Azzara, I Longobardi, cit., cap. I, per l'Origo e il suo racconto; Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., I, 8-9, pp. 9-10. ↩
Azzara, I Longobardi, cit., cap. I, sul mito delle origini. ↩
Ivi, cap. III. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. VI. ↩
Ivi, cap. III, da cui si citano la traduzione del brano e le notizie sulla sua tradizione manoscritta. ↩
G. Otranto, Il «Liber de apparitione», il santuario di san Michele sul Gargano e i Longobardi del Ducato di Benevento, in Santuari e politica nel mondo antico, a cura di M. Sordi, Milano, Vita e Pensiero, 1983, pp. 209-245: pp. 225-226. ↩
Ivi, p. 230; Otranto, Genesi, cit., p. 57. ↩
Trotta, Renzulli, La grotta garganica, cit., pp. 432 e 442. ↩
C. Carletti, Iscrizioni murali del santuario garganico, in Culte et pèlerinages, cit., pp. 91-103: p. 93; per l'attribuzione della prima iscrizione a Romualdo I, Trotta, Renzulli, La grotta garganica, cit., p. 432. Per gli anni di Romualdo I si segue Carletti; Trotta e Renzulli danno 663-687. ↩
Carletti, Iscrizioni murali, cit., pp. 92 e 96. ↩
Ivi, pp. 101-102; M. Waldispühl, Roman and Runic in the Anglo-Saxon Inscriptions at Monte Sant'Angelo: A Sociolinguistic Approach, «Futhark», 9-10, 2018-2019, pp. 135-158: pp. 140-141. Le forme dei nomi runici sono quelle traslitterate da Waldispühl; Carletti scrive Hereberecht, Wigfuss, Herrad, Leofwini. ↩
Waldispühl, Roman and Runic, cit., p. 136 per la cronologia, pp. 141, 149 e 154 per il resto. Sul significato delle due qualifiche, p. 154: «two symbolic markers of social identity were added to his name, v(ir) h(onestus), giving his social status presumably within the Continental Langobardian community and the other, SAXSO, indicating his ethnic identity». ↩
Carletti, Iscrizioni murali, cit., p. 103. ↩
A. Vauchez, Sulle orme del sacro. I santuari dell'Europa occidentale. IV-XVI secolo, traduzione di C. Mercuri, Bari-Roma, Laterza, 2025, parte III, capitoli «Le diverse tipologie di santuari», paragrafo 2, e «La vita dei santuari», paragrafo 1. Vauchez scrive Aubert; qui si adotta la forma Oberto di Trotta e Renzulli e di Otranto. Il passo sulla cripta è riportato da Trotta, Renzulli, La grotta garganica, cit., pp. 433-434, che citano la leggenda con il titolo di Apparitio in monte Tumbae (7): «Extruxit itaque fabricam non culmine sublimatis celsam, sed in modum cryptae rotundam, centum (ut aestimatur) hominum capacem, illius in monte Gargani volens exaequare formam». ↩
Trotta, Renzulli, La grotta garganica, cit., pp. 434, 437 e 441. ↩
Vauchez, Sulle orme del sacro, cit., parte III, capitolo «La vita dei santuari», paragrafo 1 («Leggende di fondazione»). ↩
Otranto, Genesi, cit., p. 49 per l'acqua miracolosa e pp. 52-53 per la tipologia. ↩
Chronica monasterii sancti Michaelis Clusini, citata in Otranto, Genesi, cit., pp. 60-61: «primum quidem montem illum Garganum toto iam orbi notissimum; secundum circa Oceanum qui dicitur Ad maris periculum; tertium in horum medio iustissima meta positum, montem videlicet Pyrchirianum». ↩
Vauchez, Sulle orme del sacro, cit., parte III, capitolo «Le diverse tipologie di santuari», paragrafo 2 («Secondo la loro influenza»). ↩
Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.1. ↩
Ivi, cap. 1.2. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 50, p. 112. Paolo vi fa della regina la moglie di Rodoaldo, figlio e successore di Rotari. Gli studi la dicono invece moglie di Arioaldo e poi di Rotari: Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.1; Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. VI, i quali ritengono più plausibile che Rodoaldo fosse suo figlio. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 51, p. 112; Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.2, per le sepolture di Ariperto I, Pertarito, Cuniperto e Ariperto II a San Salvatore. Sugli anni di regno di Ariperto I gli studi non concordano: 653-661 secondo Azzara, I Longobardi, cit., cap. V, che qui si segue; 652-661 secondo Cingolani, Le Storie dei Longobardi, cit., cap. 6; 653-660 secondo Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. VI; 654-662 nella cronologia premessa all'edizione Pin di Paolo Diacono, p. XXII. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 44, p. 109; per gli anni di regno di Rotari, Azzara, I Longobardi, cit., cap. V. ↩
Otranto, Genesi, cit., p. 58. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., V, 40-41, pp. 143-146; Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. VI, per la ribellione di Alachi e il nome moderno del luogo; gli autori chiamano il diacono Senone. L'identificazione della basilica con San Giovanni Domnarum è in Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.2. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. VI; per l'esilio a Benevento, Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., IV, 54, p. 116. ↩
Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. VI. ↩
Cingolani, Le Storie dei Longobardi, cit., cap. 6. ↩
Gasparri, Italia longobarda, cit., pp. 80-81. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., V, 37, p. 140, e, per il nome del monastero, la nota 5 del curatore, p. 147; per l'interpretazione della monacazione, Magnani, Godoy, Teodolinda, cit., cap. VI. Per i plutei, Musei Civici di Pavia. Pavia longobarda e capitale di regno. Secoli VI-X, a cura di S. Lomartire e D. Tolomelli, Milano, Skira, 2017, p. 61, inv. B 55 e B 57, che ne indica la provenienza dal monastero della Pusterla. ↩
Cingolani, Le Storie dei Longobardi, cit., cap. 6. ↩
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, cit., VI, 58, pp. 179-180, e, per Santa Maria ad Perticas, V, 34, p. 138; Majocchi, Pavia città regia, cit., cap. 1.2; per l'oratorio di Sant'Adriano, Musei Civici di Pavia, cit., p. 59. ↩
Majocchi, Pavia città regia, cit., capp. 3.4 e 4.3; per la sistemazione ottocentesca della tomba, ivi, didascalia dell'illustrazione n. 5. ↩
Musei Civici di Pavia, cit., p. 36, inv. B 20, per la data e la provenienza. Il testo si legge sulla lapide, alle righe 1-4. ↩
Carletti, Iscrizioni murali, cit., pp. 94-95, da cui la traduzione, qui riportata senza le due glosse esplicative che lo studioso inserisce fra parentesi; il testo latino, ivi, n. 6: «securus iam carpe viam, peregrinus ab oris occiduis quisquis venerandi culmina Petri / Garganiamque petis rupem venerabilis antri». ↩
Gasparri, Italia longobarda, cit., p. 112. ↩