L'Acropoli di Atene rappresenta il complesso monumentale più celebre della Grecia antica e uno dei simboli della civiltà classica. Il termine "acropoli" deriva dal greco ákros ("alto") e pólis ("città") e indica la parte elevata e fortificata dell'abitato.

Nel caso di Atene, l'Acropoli sorge su un rilievo calcareo alto circa 150 metri sul livello del mare, dal quale domina la città.
L'Acropoli ha ospitato insediamenti sin dall'età micenea, tra il XIV e il XIII secolo a.C., quando il rilievo era occupato da una cittadella fortificata e, con ogni probabilità, da un palazzo.

In tale fase, la sua funzione era essenzialmente orientata alla difesa. Nel corso dell'età arcaica, in particolare tra il VII e il VI secolo a.C., l'Acropoli assunse progressivamente il ruolo di principale santuario cittadino dedicato ad Atena, dea poliade di Atene. Atena non era infatti per gli ateniesi una dea fra le altre, ma la divinità principale della città, quella che ne garantiva la protezione, l'ordine e la stabilità. Nel mito, si narra della contesa tra Atena e Poseidone per il possesso dell'Attica. Secondo la tradizione, gli dei offrirono ciascuno un dono agli Ateniesi: Poseidone fece sgorgare una sorgente d’acqua salata, mentre Atena donò l’ulivo, simbolo di pace, fecondità e civiltà. Gli abitanti scelsero il dono di Atena, e da allora la città prese il suo nome.
Scrive Pausania il Periegeta1, scrittore e geografo greco d'origine asiatica, vissuto nel II secolo d.C.:
Dell’ulivo dicono solo che questo fu l’argomento prodotto dalla dea nella contesa con Posidone per il possesso della regione; e aggiungono che l’ulivo andò in fiamme quando i Medi incendiarono la città di Atene, e che, bruciato, ricrebbe lo stesso giorno per un’altezza di due cubiti.
Il culto più antico era perciò legato in particolare ad Atena Poliàs. La differenza è importante: Atena Poliàs è la dea arcaica e civica, protettrice concreta della polis; Atena Parthenos è la dea vergine celebrata nel Partenone. L'opera di Tucidide2 rappresenta una delle fonti principali per conoscere la Atene del V secolo a.C.:
Ciascuno lavorava il proprio podere e viveva nel contado, come prima, nelle singole borgate, ma era obbligato a considerarsi appartenente a quest’unica città, che con le contribuzioni di tutti s’elevò a considerevole potenza, e tale fu consegnata da Teseo ai successori. In ricordo di quel fatto, ancor oggi, dopo tanto tempo gli Ateniesi celebrano in onore della dea, a spese pubbliche, le solennità Sinecie. Nel periodo precedente a questo, di cui ho trattato, si considerava città quella che attualmente è l’acropoli, e soprattutto quella zona d’essa che digrada a meridione. Eccone la prova: sorgono appunto nell’area dell’acropoli il tempio di Atena e altri di diversi dei; quelli edificati oltre la cerchia dell’acropoli, si trovano per lo più in questa fascia meridionale della città.
Tucide fa riferimento alle Sinècie, antiche feste ateniesi in onore di Atena Poliàs, che si celebravano ogni anno il 16° giorno del mese ecatombeone (tra luglio e agosto), legate alla tradizione del sinecismo attico attuato da Teseo, mitico re di Atene. Si tratta del concentramento in un’unica città della popolazione prima sparsa in borgate e campagne.
Un momento cruciale nella storia del sito fu segnato dalle guerre persiane. Nel 480 a.C., durante l'invasione di Serse, l'Acropoli fu saccheggiata e incendiata dai Persiani (i "Medi" del testo di Pausania). Vennero distrutti i santuari arcaici, tra cui quello di Atena Poliàs, provocando un trauma profondo nella memoria civica ateniese.
La fase più gloriosa dell'Acropoli si colloca nel V secolo a.C., in particolare durante l'età di Pericle.
In seguito alla vittoria sui Persiani e all'affermazione di Atene come potenza egemone del mondo egeo, la città avviò un vasto programma edilizio destinato a trasformare l'Acropoli nel manifesto della propria grandezza politica, religiosa e culturale.
Tra il 447 e il 405 a.C. furono realizzati i principali monumenti del complesso dell’Acropoli: il Partenone (447-432), i Propilei (iniziati nel 437), il tempio di Atena Nike (avviato negli anni 430 e completato nel 423) e l’Eretteo (concepito o iniziato intorno al 435 e concluso nel 405)3.
Il progetto fu coordinato da Fidia, il più illustre scultore ateniese del suo tempo.
«Fidia tutto decideva e di tutto era sovrintendente, per incarico di Pericle, anche se i lavori erano diretti da grandi architetti e artisti. Il Partenone, infatti, di cento piedi, fu opera di Callicrate e Ictino [...].»
Questo testo4, composto oltre cinque secoli dopo i fatti, risente probabilmente, oltreché della distanza cronologica, di una prospettiva condizionata dal contesto imperiale romano.
La ricostruzione di Plutarco del programma edilizio pericleo dell’Acropoli appare in alcuni punti anacronistica e semplificata: tende a immaginare una gestione fortemente centralizzata, simile ai grandi cantieri dell’età di Traiano e attribuisce a Fidia un ruolo di sovrintendente generale che non trova conferme epigrafiche.
Le iscrizioni mostrano invece che i singoli progetti erano controllati da commissioni distinte di epistatai eletti ogni anno e fanno sospettare che un coordinamento onnipotente affidato a un solo individuo sarebbe stato poco compatibile con il funzionamento della democrazia ateniese del V secolo a.C.5.
Il Partenone rappresenta il monumento più celebre dell'Acropoli e uno dei capolavori assoluti dell'architettura greca.

La costruzione fu avviata tra il 447 e il 432 a.C. sotto la direzione degli architetti Ictino e Callicrate: lo afferma Plutarco.
A giudicare dalle altre opere a lui attribuite, Callicrate era probabilmente il "capocantiere" dell'edificio, incaricato di organizzare l'enorme sforzo pratico della costruzione, mentre Ictino era più probabilmente il vero progettista del Partenone, il suo vero architetto, il principale responsabile della sua originalità. Quello che Ictino progettò fu l'edificio più grande e sontuoso che fosse mai stato costruito nella Grecia continentale. Il tempio era dedicato ad Atena Parthenos, ovvero Atena Vergine.

Dal punto di vista architettonico, il Partenone è un tempio dorico periptero — il colonnato non è soltanto sulla facciata, ma corre tutt’intorno all’edificio — octastilo, vale a dire con otto colonne frontali (e diciassette sui lati lunghi). Nonostante l'edificio appartenga all'ordine dorico, presenta significativi elementi ionici: all’interno del colonnato esterno dorico, lungo la parte alta della cella, corre un fregio continuo, caratteristico dell’ordine ionico. È il celebre fregio con la processione panatenaica, la solenne festa civica in onore di Atena.
I frontoni raffiguravano, a oriente, la nascita di Atena dalla testa di Zeus e, a occidente, la contesa tra Atena e Poseidone per il possesso dell'Attica.
Le metope raffiguravano la Gigantomachia, la Centauromachia, l'Amazzonomachia e la guerra di Troia, temi che alludevano simbolicamente al trionfo dell'ordine sul caos e della civiltà sulla barbarie.


Scrive Pausania6:
L’acropoli ha un solo accesso: non ne offre altri, essendo tutta scoscesa e circondata da un solido muro. I propilei hanno un tetto di marmo bianco e ancora ai miei tempi eccellevano per l’armonia e la grandiosità dei blocchi di marmo. [...] Alla destra dei propilei c’è il tempio della Nike senz’ali.
Il termine "propilei" si riferisce specificamente a un ingresso monumentale che introduce a un recinto sacro o a un'area di particolare prestigio. Nel contesto ateniese, tali elementi non ricoprivano esclusivamente una funzione pratica, ma erano altresì significativi di un passaggio simbolico dalla sfera urbana profana a quella sacra dedicata alla dea. Il percorso di attraversamento non era diretto: il visitatore veniva guidato verso la progressiva rivelazione degli edifici sacri.
Sul lato sud-occidentale dell'Acropoli si erge il piccolo tempio di Atena Nike — Atena nella sua veste di dea della vittoria — tradizionalmente attribuito a Callicrate, uno degli architetti del Partenone.

Il tempio ionico (circa 9,36 m per 6,6 m) presenta una configurazione elegante, caratterizzata da un'architrave con quattro colonne sulla fronte e quattro sul retro. La costruzione potrebbe essere iniziata intorno al 430 o forse anche prima, ma non fu completata fino agli anni ’20 del IV secolo. Ci si potrebbe chiedere se Callicrate, originariamente nominato venti o venticinque anni prima, fosse ancora il responsabile della progettazione architettonica7.
L'Eretteo rappresenta il tempio più complesso e irregolare dell'Acropoli, poiché era destinato ad ospitare diverse forme di culto e a conformarsi a un terreno irregolare. Il santuario era legato alle forme arcaiche della religione ateniese, come il culto di Atena Poliàs e quello di Poseidone ed Eretteo (il sesto mitologico re di Atene), oltre che ai miti fondativi dalla città. Sostituì il precedente tempio di Atena Poliàs, distrutto dai Persiani.
Dal punto di vista artistico, l'Eretteo rappresenta un esempio eccelso dell'ordine ionico attico. La parte più celebre del complesso è rappresentata dal portico meridionale, noto come "tribuna delle Cariatidi", dove le colonne sono sostituite da figure femminili scolpite, che le iscrizioni definiscono korai.

Le statue visibili sull'Acropoli sono copie: quelle originali sono esposte nel Museo dell'Acropoli e una è conservata al British Museum. I panneggi verticali rafforzano visivamente l'idea del sostegno, mentre la misurata varietà delle pose evita qualsiasi rigidità meccanica.

Sono state scolpite e collocate durante una fase iniziale della costruzione e quindi possono essere datate intorno al 420. Sono rivolte a sud, verso il Partenone e probabilmente intendono evocare la processione delle Panatenee8, le feste religiose più importanti dell'antica Atene, in onore di Atena Poliàs.

Si tenevano alla fine di luglio e vi partecipavano tutti i cittadini liberi, comprese le donne: culminavano con una processione che recava alla dea, sull’Acropoli, il prezioso peplo tessuto dalle donne ateniesi. Le Sinècie, ricordate nel testo di Tucidide9, costituivano quasi un preludio delle Panatenee.
Il teatro era consacrato a Dioniso, divinità associata al vino, all'ebbrezza e alla metamorfosi, nonché patrono del teatro tragico e comico. In tale luogo si tenevano le rappresentazioni drammatiche, che costituivano uno dei momenti più significativi della vita politica e religiosa di Atene.

In età classica non era ancora il grande edificio marmoreo oggi percepibile, bensì uno spazio teatrale relativamente semplice, con orchestra, skēnē e gradinate per lo più in legno. Le strutture oggi visibili appartengono dunque in larga misura a fasi posteriori rispetto all’età di Pericle.
L'Acropoli periclea non fu tuttavia un semplice aggregato di edifici sacri, ma un sistema monumentale coerente e profondamente "ideologico": celebrava Atena, la vittoria sui barbari, il prestigio della democrazia ateniese e la superiorità culturale della pólis. Occorre quindi inquadrare il programma edilizio dell'Acropoli nel contesto politico e sociale della Atene del V secolo a.C., caratterizzato da un regime democratico che, pur con tutte le sue contraddizioni, rappresentava un modello di partecipazione politica senza precedenti. Tuttavia è necessario definire con precisione cosa si intende per "democrazia" in questo contesto: non si tratta di un sistema di governo basato su rappresentanza e pluralismo, ma di un sistema in cui il potere era esercitato dai cittadini, direttamente attraverso l'assemblea oppure tramite organi collegiali rappresentativi.
Il funzionamento delle istituzioni democratiche si fondava quindi sulla centralità dell’ekklēsíā, cioè dell’assemblea dei cittadini, formata da diverse migliaia di persone e vero luogo della deliberazione politica, ambito in cui si decidevano guerra e pace, si approvavano i provvedimenti pubblici e si misurava concretamente il consenso verso gli uomini politici. Per far parte dell'ekklēsíā era necessario essere cittadino ateniese. Pericle stabilì, con una legge del 450 a.C., che era da considerare tale solo chi fosse nato da padre e madre ateniesi e avesse già compiuto la maggiore età10.
All'ekklēsíā si affiancava la boulḗ dei Cinquecento, organo preparatorio e di raccordo; la sua composizione per sorteggio rifletteva il principio di larga partecipazione civica11. Sul piano operativo, un ruolo decisivo spettava ai prytáneis e all’epistátēs, il cittadino che, per un giorno soltanto, aveva la prerogativa di presiedere alle sedute dell'assemblea e gestire le agende di lavoro di quest'ultima. La direzione della boulḗ era quindi di fatto esercitata a turno da dieci sezioni di cinquanta membri ciascuna, detti appunto prytáneis, per un periodo corrispondente alla decima parte dell'anno - "pritania" - in modo che ogni tribù potesse esercitare a turno la pritania secondo l'ordine determinato dal sorteggio12. In tale quadro, gli stratēgoí erano un'eccezione significativa: si trattava di magistrature di carattere militare, che richiedevano una competenza specifica, incompatibile con la logica del sorteggio. Si procedeva quindi tramite elezione13.
In tutte le poleis greche, diritto di cittadinanza e diritto di residenza non coincidevano: dal pieno godimento dei diritti civili e politici — prerogativa esclusiva dei cittadini maschi adulti di condizione libera — erano sistematicamente escluse le donne, i metèci (forestieri liberi che risiedevano stabilmente in città) e gli altri stranieri (xenoi), nonché la popolazione servile14.

Pericle, nato intorno al 495 a.C., era figlio di Santippo — stratego ateniese distintosi nelle guerre persiane — e di Agariste, nipote del riformatore Clistene. Per parte paterna apparteneva quindi alla famiglia dei Buzigi e per parte materna a quella degli Alcmeonidi, due delle più illustri stirpi aristocratiche di Atene: una doppia ascendenza che ne definiva il profilo sociale ancor prima che quello politico. La sua carriera si sviluppò in un contesto di grande fermento istituzionale. Pericle raccolse l'eredità politica di Efialte alla guida della fazione democratica, consolidando un consenso popolare che trovò espressione concreta nell'elezione alla strategia per almeno quindici mandati. La prima fase della sua leadership, negli anni immediatamente successivi alla morte di Efialte, rimane in parte oscura alle fonti; è tuttavia con l'ostracismo del suo principale avversario, Tucidide figlio di Melesia, nel 443/2 a.C., che la sua preminenza divenne incontrastata. Da quel momento e fino alla sua morte nel 429 a.C., avvenuta durante la peste che devastò Atene, Pericle determinò in misura decisiva il corso della politica ateniese.
Nominalmente, vigeva la democrazia: ma nella realtà della pratica politica, il governo era saldo nel pugno del primo cittadino.
Tucidide15 — osservatore diretto degli eventi — coglie una tensione reale e strutturale nel regime pericleo. Le istituzioni democratiche — l'ekklēsíā, la boulḗ, i tribunali popolari — continuarono formalmente a funzionare, e Pericle non ricoprì mai cariche straordinarie né si sottrasse al controllo assembleare. Eppure il suo dominio sulla scena politica ateniese fu, nei fatti, personale e prolungato: la rielezione sistematica alla strategia, la capacità di orientare le deliberazioni dell'assemblea attraverso la capacità di creare consenso, il controllo sul programma edilizio dell'Acropoli e sulle finanze della Lega delio-attica, configurano una preminenza che trascendeva le prerogative formali della carica.
La base sociale del regime era costituita dal dêmos popolare e, in particolare, dai thêtes, i cittadini più poveri che garantivano la potenza navale della città; proprio questo nesso tra partecipazione politica, flotta e imperialismo marittimo conferisce alla democrazia ateniese del V secolo il suo carattere peculiare16. L’impero ateniese del V secolo si configura come un sistema di dominio che combinava egemonia militare, controllo tributario e intervento politico sulle comunità soggette (le quali erano tenute a conformarsi al regime democratico).
La nota vicenda di Melo chiarisce i termini del dominio ateniese. Tucidide colloca l’episodio nel Libro V17:
Gli Ateniesi passarono per le armi tutti i Meli adulti che caddero in loro potere, e misero in vendita come schiavi i piccoli e le donne. Si stabilirono essi stessi in quella località, provvedendo più tardi all’invio di cinquecento coloni.
Il rapporto tra Atene e le comunità dipendenti — città alleate, cleruchie (colonie militari di cittadini), insediamenti coloniali — risulta quindi intrinsecamente asimmetrico: l’autonomia locale era tollerata solo finché non metteva in discussione la sicurezza e le entrate dell’impero: in caso contrario, la risposta poteva assumere forme esemplari e punitive, come appunto a Melo.
PAUSANIA, Guida della Grecia, Libro I, 27, 2, Mondadori, 1987 ↩
TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso, Libro II, 15, 2-4, Feltrinelli, 2024 ↩
Cfr. HURWIT, The Acropolis in the Age of Pericles, Cambridge University Press, 2013, Appendix: Chronology, p. 254 ↩
PLUTARCO, Vite parallele, Volume secondo, Pericle, 13, 6-7 ↩
Cfr. HURWIT, The Acropolis in the Age of Pericles, Pericles, Athens, and the Building Program, p. 95 ↩
PAUSANIA, Guida della Grecia, Libro I, 22, 4, Mondadori, 1987 ↩
Cfr. HURWIT, The Acropolis in the Age of Pericles, Cambridge University Press, 2013, p. 183 ↩
Cfr. MOROZZO DELLA ROCCA, Cariatide, Enciclopedia Italiana, Treccani, 1931 ↩
TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso, Libro II, 15, 2-4, Feltrinelli, 2024 ↩
Cfr. BEARZOT, Manuale di storia greca, il Mulino, 2015, p. 129 ↩
Ibid., p. 129 ↩
Ibid., p. 76 ↩
Ibid., p. 128 ↩
Ibid., p. 132 ↩
TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso, Libro II, 65, 9, Feltrinelli, 2024 ↩
Cfr. CANFORA, La grande guerra del Peloponneso, Laterza, 2024, p. 17 ↩
TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso, Libro V, 116, 4, Feltrinelli, 2024 ↩