
Scrive Tucidide (ca. 460-400 a.C.) nel primo libro della Guerra del Peloponneso:1
Minosse fu il più antico, tra quanti conosciamo per tradizione orale, a procurarsi una flotta e a dominare la parte più estesa del mare detto attualmente greco. Resse le isole Cicladi e ne colonizzò per primo il maggior numero, dopo averne espulsi i Cari e avervi preposto come governatori i suoi figli. Naturalmente cercava, per quanto era in suo potere, di spazzar via dalle rotte marittime la pirateria per agevolare l'afflusso dei suoi tributi.
La descrizione tucididea della talassocrazia cretese (dal greco thálassa, "mare", e krátos, "potere": il dominio esercitato attraverso il controllo delle rotte) è in realtà modellata sull'esperienza dell'impero marittimo ateniese del V secolo, e contiene perciò elementi anacronistici. Le parole dello storico trovano però un parziale riscontro nella documentazione archeologica, che attesta i rapporti dell'isola con l'Egitto, con Cipro e con le coste del Mediterraneo orientale.2
Sull'isola di Creta, la più grande dell'Egeo, si sviluppò, durante l'età del Bronzo, tra la fine del III e il pieno II millennio a.C., la civiltà che chiamiamo minoica, proprio dal nome del leggendario re Minosse.
A battezzarla così fu Sir Arthur Evans, l'archeologo britannico che ne riportò alla luce il centro maggiore, Cnosso. Conclusasi la dominazione ottomana nel 1899, Creta si aprì alla ricerca europea occidentale: mentre l'italiano Federico Halbherr legava il proprio nome a Festo e ad Haghia Triada, Evans concentrava le sue ricerche sulla collina di Cnosso.3 Sua è la periodizzazione in Minoico Antico, Medio e Tardo, ancora in uso,4 sua la monumentale pubblicazione The Palace of Minos, suoi i restauri del palazzo. Ancora oggi, molte delle caratteristiche di questa civiltà restano sfuggenti all'indagine scientifica. In particolare, a Cnosso, il confine fra ciò che Evans trovò e ciò che volle vedere è esso stesso parte della storia.
Creta mostra una lunga continuità insediativa già in età neolitica: siti come Cnosso e Festo restituiscono strutture abitative, focolari e oggetti in ceramica, mentre i ritrovamenti di figurine e vasi in miniatura fanno pensare a culti domestici.5 Su questo sostrato si affermò una società sempre più complessa, che tra la seconda metà del III millennio e l'inizio del II attraversò la fase cosiddetta prepalaziale, per entrare, attorno al 1900 a.C., in quella protopalaziale.6
È l'epoca dei primi grandi palazzi di Cnosso, Festo e Mallia: complessi articolati in magazzini, officine e spazi cerimoniali, centri di una rete di raccolta e redistribuzione delle derrate che costituiva l'ossatura economica dell'isola.
Intorno al 1700 a.C. i primi palazzi furono distrutti. La conclusione dell'età protopalaziale è comunemente attribuita a fenomeni sismici, sebbene siano state formulate ipotesi alternative o concorrenti, quali tensioni interne e conflitti regionali.
La ricostruzione che seguì inaugurò la fase di massimo splendore. I nuovi palazzi adottarono forme monumentali e scenografiche, organizzate intorno a grandi cortili centrali, con scale, terrazze, facciate a rientranze e sporgenze, ambienti di rappresentanza, aree cultuali e ampi magazzini con pithoi, i grandi orci per la conservazione di olio, vino e granaglie.

I due poli principali furono Cnosso, dominante la porzione centro-settentrionale dell'isola, e Festo, nella piana della Messarà, il cui sbocco sul mare era lo scalo di Kommos: un porto dagli edifici monumentali, snodo dei contatti con il Mediterraneo orientale.7
I palazzi e le "ville", le residenze signorili che ne replicavano in scala minore tratti e funzioni (la più nota è quella di Haghia Triada), erano impreziositi da raffinate pitture parietali.3 Le pitture di Cnosso, con processioni, delfini e scene di taurocatapsia, rivelano una cultura figurativa raffinatissima, che trova eco anche nelle produzioni ceramiche a soggetto marino.

Storici e archeologi hanno ipotizzato che l'isola non abbia vissuto, in questa fase, particolari situazioni di conflitto: l'esiguità delle fortificazioni intorno ai palazzi è probabilmente indice di un prolungato periodo di sicurezza, garantita dal mare e dalla flotta.
A nord di Creta, l'isola vulcanica di Thera (Santorini) fu teatro, nel corso del Tardo Bronzo, di un'eruzione catastrofica che seppellì, conservandolo, l'insediamento di Akrotiri sotto pomici e detriti; secondo alcuni, un'onda gigantesca si sarebbe riversata verso Creta. Un lungo dibattito ha cercato di chiarire se qualcuna delle distruzioni documentate sull'isola possa essere stata determinata dall'eruzione, ma il ruolo effettivo del cataclisma nel declino minoico rimane dubbio.5
Ciò che le evidenze mostrano con chiarezza è la svolta di metà XV secolo a.C.: intorno al 1450 i centri dell'isola subirono distruzioni diffuse, dopo le quali gli invasori micenei, provenienti dalla Grecia, si insediarono a Cnosso. Cambiano l'architettura, con muraglie più robuste; le tombe, dove compaiono più armi e meno oggetti di lusso; e soprattutto la scrittura: alla Lineare A subentra la Lineare B, che trascrive la più antica forma di greco.
Il regno miceneo di Cnosso durò fino alla distruzione per incendio del palazzo, collocata attorno al 1370 a.C., all'inizio del Tardo Minoico IIIA2; la data, discussa fin dagli scavi di Evans e ridefinita dagli studi di Michael Popham sulla ceramica di quella fase, resta intrecciata a una questione più ampia: la cronologia delle tavolette in Lineare B di Cnosso e, con essa, l'inizio e la natura stessa del dominio miceneo sull'isola.3
A partire dal 1900, in quattro campagne di scavo, Arthur Evans tagliò il tell di Kephala e mise in luce le rovine del palazzo di Cnosso: i celebri magazzini con i pithoi, gli affreschi, le tavolette. L'ala occidentale concentrava gli spazi del sacro: cripte seminterrate a pilastro centrale, usate come ripostigli degli arredi di culto, hanno restituito manufatti preziosi;3 da quest'area del palazzo provengono anche le "dee dei serpenti". Accanto, la "Sala del trono": il sedile di alabastro addossato alla parete, i banchi laterali, il cosiddetto bacino lustrale annesso (dal latino lustratio, "purificazione": l'interpretazione tradizionale vi riconosce piccoli vani per abluzioni rituali, ma la loro funzione reale è ancora dibattuta) e i grifoni affrescati, frutto del restauro promosso da Evans: un intervento che Ranuccio Bianchi Bandinelli giudicò "fin troppo spinto"8 e che, per le pitture, fu condotto con criteri assai liberi insieme al pittore svizzero Émile Gilliéron, fino ad assemblare, in un caso celebre, parti di tre immagini diverse in un unico pannello;5 una porzione delle ricostruzioni in elevato, giudicata pericolante, fu anzi rimossa dopo la Seconda guerra mondiale.9

Il nome stesso, la "Sala del trono", fu proposto da Evans, per il quale la presenza di un trono implicava la presenza di un re. Gli studi successivi hanno però chiarito che l'allestimento della sala appartiene alla fase più tarda del palazzo, quella della presenza greco-micenea, quando Cnosso fu sede di espressioni ideologiche e culturali del tutto nuove: un trono che non prova l'esistenza di sovrani nell'epoca precedente (negli altri palazzi minoici, del resto, non sono stati rinvenuti troni).10 Evans stesso non accettò mai questa lettura. Nella sua visione, che assegnava a Creta un primato di civiltà indipendente dalla Grecia continentale, non c'era spazio per una conquista micenea di Cnosso; egli lesse anzi il palazzo con parametri moderni, come residenza di un sovrano assoluto su modelli monarchici anacronistici. Furono le ricerche successive, dalla revisione della cronologia delle distruzioni agli studi sugli archivi in Lineare B, a stabilire che l'ultima Cnosso scriveva ormai in greco.3

Festo, affacciata sulla Messarà, restituisce la sequenza forse più leggibile dell'architettura palaziale: i resti del primo palazzo e la ricostruzione del secondo, in dialogo con la villa di Haghia Triada che, nel periodo postpalaziale, probabilmente colmò il vuoto lasciato dal palazzo come sede del potere locale.11

Nel 2024, durante i lavori per l'installazione di un radar del nuovo aeroporto di Heraklion, è emersa sulla collina di Papoura una monumentale struttura circolare ad anelli concentrici, priva di confronti nell'architettura minoica nota: secondo quanto comunicato dal Ministero della cultura greco e riferito dalla stampa di divulgazione, l'edificio ebbe probabilmente funzione cerimoniale e, malgrado l'inevitabile richiamo giornalistico al Labirinto, nulla lo lega al mito del Minotauro. La funzione dell'edificio resta oggetto di studio; la sua collocazione nel quadro dell'architettura minoica dipenderà dalle indagini in corso.
La religione minoica appare come un sistema complesso, vissuto nello spazio palaziale ma non esaurito in esso: il sacro si manifestava tanto in luoghi naturali (grotte e santuari di vetta) quanto in ambienti costruiti, e i simboli animali vi avevano una funzione centrale.
Il serpente compare come segno ambivalente, insieme ctonio e protettore. Le celebri statuette delle "dee dei serpenti", modellate in faïence (una pasta silicea rivestita da una brillante invetriatura), provengono dai cosiddetti Temple Repositories, i "depositi del tempio": ripostigli individuati da Evans nel palazzo di Cnosso che custodivano oggetti preziosi e votivi. La loro presenza ha fatto ipotizzare l'esistenza di un culto dei serpenti associato a figure femminili, guardiane della casa e del santuario.12

Il toro è invece l'animale della forza e dell'azione rituale spettacolare: ricorre nella taurocatapsia, il salto acrobatico sopra l'animale raffigurato negli affreschi, e nelle libagioni, come mostra il raffinato rhyton a forma di testa di toro proveniente da Cnosso.

Ma il toro è anche vittima e il documento più eloquente di questo aspetto è il sarcofago dipinto di Haghia Triada: una larnax (cassa funeraria) in pietra, portata alla luce dagli scavi italiani della missione di Federico Halbherr all'inizio del Novecento; già nel 1908 Roberto Paribeni ne diede la pubblicazione scientifica.13 La cronologia del sarcofago, dopo diverse oscillazioni, è oggi circoscritta alla prima età postpalaziale,14 quando l'isola era ormai sotto controllo miceneo. Sui pannelli affrescati che ne rivestono i fianchi si dispiega un'occasione rituale: su un lato, una donna versa un liquido in un grande recipiente collocato fra due colonne, mentre figure maschili recano offerte; sull'altro, una figura femminile, verosimilmente una sacerdotessa, officia il sacrificio di un toro seguita da un corteo di donne. Sui lati brevi, coppie femminili avanzano su carri trainati da capre selvatiche e da grifoni: secondo l'interpretazione corrente, un'immagine del trapasso; è la lettura che ne dà anche Eisler, per la quale è la dea stessa a condurre il defunto alla sua nuova vita.15

Alla fase micenea del palazzo di Cnosso appartiene infine una minuscola testimonianza scritta che getta un ponte fra il culto e il mito. La tavoletta in Lineare B siglata KN Gg 702, rinvenuta a Cnosso e datata al Tardo Minoico, è una semplice registrazione contabile di offerte:16
A tutti gli dèi: un'anfora di miele. Alla Signora del Labirinto: un'anfora di miele
Potnia, "signora", è il titolo con cui i testi micenei designano le divinità femminili;2 e il labirinto, qui alla sua più antica attestazione, non è ancora il carcere del Minotauro: è il nome di un luogo di culto reale, la cui dea riceve da sola la stessa offerta destinata all'intero pantheon. Quando, secoli dopo, i Greci racconteranno di Teseo e del filo di Arianna, la parola avrà già alle spalle una lunga storia.

Proprio la costante presenza femminile nelle scene di culto, come immagine divina e come mediatrice rituale, è uno dei tratti più caratteristici del sacro minoico.
A Creta nacquero le più antiche scritture d'Europa. La prima è il cosiddetto "geroglifico cretese" (nome convenzionale, che non implica alcuna parentela con l'Egitto), dal quale, per rimaneggiamento del sistema dei segni, derivò la Lineare A.17
La Lineare A servì anzitutto l'amministrazione palaziale: un sistema di sillabogrammi, ideogrammi e legature elaborato per una notazione archivistica rapida ed economica su piccole tavolette d'argilla. La lingua che la Lineare A trascrive resta a oggi non decifrata.17
Allo stesso periodo appartiene il reperto scrittorio più celebre dell'isola, che però fa storia a sé: il Disco di Festo. "Un trovamento di eccezionale importanza è stato fatto la sera del 3 luglio 1908", annota nella relazione di scavo Luigi Pernier, allora responsabile della missione italiana a Festòs: in un piccolo vano del palazzo, accanto a una tavoletta in Lineare A, giaceva un disco di terracotta con entrambe le facce coperte di segni, caduto con ogni probabilità da un piano superiore.17
L'oggetto è unico sotto ogni aspetto. Il testo si svolge a spirale, dalla periferia verso il centro, e i suoi 242 segni, raggruppati in 61 "parole", non sono incisi ma impressi con appositi punzoni: una precocissima anticipazione, di oltre tremila anni, dei caratteri mobili della stampa. Il sistema è con ogni probabilità sillabico, il contenuto verosimilmente non amministrativo; ma la scrittura resta indecifrata e incompatibile con le altre scritture cretesi: delle loro centinaia di segni, soltanto due somigliano a quelli del disco, troppo poco per fondare una parentela. La stessa datazione è meno salda di quanto si creda, perché lo strato di rinvenimento risultò disturbato; a fissarlo comunque all'orizzonte minoico resta il repertorio figurativo dei segni.17

Quando Arthur Evans avviò gli scavi di Cnosso ai primi del Novecento, arrivò alla conclusione che i Cretesi adoravano una divinità femminile.15 Da quell'intuizione prese forma la "dea madre" minoica: più che il nome certo di una divinità, una formula storiografica con cui il Novecento ha descritto la centralità del principio femminile nella religione dell'isola.
Scavando il Neolitico dell'Europa sud-orientale, l'archeologa Marija Gimbutas costruì una tesi di vasta portata: quella di un'"Antica Europa" pacifica, priva di fortificazioni massicce e di armi da lancio, incentrata appunto sul culto della dea e poi travolta dalle migrazioni dei pastori delle steppe: la "cultura dei kurgan", così battezzata da Gimbutas dal nome dei loro tumuli funerari.15
La tesi ebbe una fortuna enorme, anche grazie a saggi come Il calice e la spada di Riane Eisler, tradotto in oltre venti lingue: per Eisler, la Creta minoica incarna il modello di una società fondata sulla collaborazione tra i sessi (il "calice"), contrapposta al modello "dominatore" (la spada), violento e patriarcale. Creta vi figura come l'unica grande civiltà in cui il culto della dea sarebbe sopravvissuto fino in epoca storica; a sostegno, Eisler richiama le parole dell'archeologo Nicolas Platon, per il quale nell'isola "l'intera vita era permeata da una fede ardente nella dea Natura, fonte di ogni creazione e armonia".15
La ricerca archeologica invita però alla prudenza. Se alcuni studiosi riconoscono l'esistenza di una religione incentrata su una grande dea della natura, altri suggeriscono maggiore cautela nel ricostruire un pantheon minoico sul modello di quelli greci e romani, con divinità dai ruoli ben definiti.10 Quel che emerge è il rilievo assoluto della figura femminile nella sfera del sacro (dea, sacerdotessa, officiante); il passo ulteriore, dall'evidenza cultuale a un ordinamento politico "matriarcale", resta una congettura che le fonti disponibili non consentono di fondare.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, I, 4, 1; trad. it. di C. Moreschini riveduta da F. Ferrari, note di G. Daverio Rocchi, Milano, BUR Rizzoli, 2024. ↩
Cfr. C. Bearzot, Manuale di storia greca, terza ed., Bologna, il Mulino, 2015. ↩ ↩2
E. Borgna, La civiltà minoica, in Il mondo antico, Roma, Salerno Editrice, 2006. ↩ ↩2 ↩3 ↩4 ↩5
La tripartizione evansiana, fondata sull'evoluzione degli stili ceramici, convive negli studi con la periodizzazione architettonica di Nicolas Platon (prepalaziale, protopalaziale o dei Primi palazzi, neopalaziale o dei Secondi palazzi, postpalaziale); le due griglie non coincidono: l'età neopalaziale, ad esempio, abbraccia il Medio Minoico III e il Tardo Minoico I-II. Cfr. la tavola comparativa in R. Eisler, Il calice e la spada, trad. it. di V. Mingiardi, Udine, Forum, 2011 (ed. orig. The Chalice and the Blade, HarperCollins, 1987), p. 384. ↩
S. Rinaldi Tufi, Creta e Micene, «Art e Dossier», Firenze, Giunti, 2021. ↩ ↩2 ↩3
Cfr. S. Todaro, Il periodo antico minoico e l'origine del fenomeno palaziale a Creta: nuovi dati da Festòs, in Φιλική Συναυλία. Studies in Mediterranean Archaeology for Mario Benzi, a cura di G. Graziadio, R. Guglielmino, V. Lenuzza e S. Vitale, Oxford, Archaeopress, 2013 (BAR International Series 2460). ↩
L. Girella, Il MM III nella Creta meridionale: vecchi problemi e nuove prospettive, in Rhadamanthys. Studi di archeologia minoica in onore di Filippo Carinci, a cura di G. Baldacci e I. Caloi, Oxford, BAR Publishing, 2018 (BAR International Series 2884). ↩
R. Bianchi Bandinelli, Introduzione all'archeologia classica come storia dell'arte antica, Roma-Bari, Laterza, 1976, pp. 115-116. ↩
C.F. Macdonald, F. Zanon, Capitals and columns at the Knossos of Minos and Evans, in Rhadamanthys, cit. ↩
L. Guardabasso, I palazzi minoici di Festòs: resti architettonici, tesi di laurea, Università degli Studi di Catania, a.a. 2013-2014. ↩ ↩2
O. Palio, Costruzione e distruzione del Secondo Palazzo di Festòs nel corso del TM IB, in Rhadamanthys, cit. ↩
A. Sanavia, Per un 'bestiario' minoico: divagazioni intorno a due appliques a serpente da Festòs, in Rhadamanthys, cit. ↩
R. Paribeni, Il sarcofago dipinto di Haghia Triada, «Monumenti Antichi», 19, 1908, pp. 7-86. ↩
S. Privitera, Doppie asce, agency e rituali domestici nella Creta neopalaziale: una nota, in Rhadamanthys, cit.; la cronologia del sarcofago è oggi circoscritta al Tardo Minoico IIIA2. ↩
R. Eisler, Il calice e la spada, cit.; la tesi risale a M. Gimbutas, The Gods and Goddesses of Old Europe, Berkeley 1974. ↩ ↩2 ↩3 ↩4
KN Gg(1) 702, Museo Archeologico di Heraklion (inv. 167); scheda in LiBER (Linear B Electronic Resources), CNR. ↩
G.M. Facchetti, M. Negri, Creta minoica. Sulle tracce delle più antiche scritture d'Europa, Firenze, Olschki, 2003. ↩ ↩2 ↩3 ↩4